
Prestare lo sguardo
Quello che succede quando qualcuno ti vede prima che tu impari a vederti
Valeria era decisa a superare le sue paure, a esplorare oltre la comfort zone e fare finalmente quelle foto. Gestisce tutto bene durante lo shooting, anche i momenti di disagio, di timidezza. A fine giornata le inoltro le prime 6 foto. Poi: “mi vedo bella”. Una pausa, e ancora: “mi hai fatto sentire una regina”.
È la frase che sento più spesso, dopo uno shooting. Cambiano i volti, cambiano le storie, ma quella frase torna sempre, quasi identica. E ogni volta mi ricorda perché faccio questo lavoro — non la parte tecnica, non la luce giusta o l’inquadratura pulita. Quella frase, e il momento in cui viene detta.
Non c’è una tecnica particolare dietro. Non è un segreto che custodisco e distribuisco con parsimonia. Semplicemente, io vedo le persone così — davvero, non per gentilezza professionale. Vedo la bellezza che hanno già, non quella che dovrebbero avere secondo qualche standard che nessuno ha mai scelto davvero. E non faccio altro che restituire loro il modo in cui le guardo. Presto il mio sguardo, per un’ora o due, a chi normalmente non riesce a vedersi con quella stessa generosità.
Chi è Valeria
Valeria Granei è una giovanissima imprenditrice siciliana. Porta avanti un progetto di empowerment femminile con una cura che ho imparato a riconoscere e ad ammirare — quella di chi non tratta il lavoro come una vetrina, ma come uno strumento per far succedere qualcosa di reale nella vita di altre donne.
Ha scelto di fare questo shooting non per nascondersi da qualcosa, ma per attraversarla. Mi ha raccontato che il suo rapporto con la macchina fotografica non è mai stato semplice — la sensazione di essere osservata, giudicata, di dover recitare una versione di sé più sicura di quanto si sentisse. Una delle cose che ammiro di più in lei è che non ha aspettato di sentirsi pronta per affrontarlo. Ha deciso di farlo comunque, con quella paura ancora addosso.
Il non-segreto
Le persone spesso mi chiedono cosa faccio per ottenere certe espressioni, certi momenti che sembrano rubati più che costruiti. La risposta delude sempre un po’, perché non c’è una formula. Lavoro molto sulla presenza e pochissimo sulla performance. Non chiedo di posare, chiedo di stare. Il resto arriva da solo, quasi sempre nei minuti in cui la persona smette di pensare all’obiettivo e ricomincia a pensare a se stessa.
Con Valeria è successo abbastanza presto. C’è stato un momento — non il primo, non quello più fotogenico sulla carta — in cui ha smesso di controllare come stava in posa e ha semplicemente respirato. È lì che ho scattato la maggior parte delle foto che poi le sono piaciute di più.
Vedersi per la prima volta
Restituire uno sguardo diverso a qualcuno che si sta osservando con occhi critici da anni non è un gesto piccolo. È come se, per un attimo, la persona si vedesse per la prima volta attraverso occhi che non la stanno giudicando. Capita raramente, nella vita di tutti i giorni, di essere guardati così — senza aspettative, senza il bisogno di correggere niente.
Non so se esiste un nome preciso per quello che succede in quei minuti. So che quando accade, lo vedo nel corpo della persona prima ancora che nella sua espressione. Le spalle si abbassano. Il respiro cambia ritmo. E poi, quasi sempre, arriva la frase.
Non faccio ritratti, nel senso stretto della parola. Presto il mio sguardo a chi, per un momento, ha bisogno di vedersi come merita.
Se vuoi delle foto che raccontano chi sei davvero, scrivimi.
Con amore, Juna.










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