Autoritratti…

“Cuore e anima: se puoi immaginarlo esiste”. Questo il mantra che ha mi ha invaso la coscienza quando ho iniziato il mio viaggio verso l’immenso mondo della fotografia. Già allora, pallido e timido, echeggiava nel mio spirito quel bagliore di intuizione, che se potevo immaginare un colore, una forma, una certa luce infrangere l’ombra, allora avrei potuto catturarlo. Perché quello che scopri all’inizio, e che ti sconvolge quasi sempre, è che non è la realtà fuori di te che cerchi di raccontare, ma attingi da essa per raccontare il tuo intimo mondo, quello che racchiudi dentro petto e testa e che, spesso, molto spesso, anche a te stesso è sconosciuto. Non fai ritratti di altre persone, usi le loro facce per ritrarre te stesso. E quando riesci a fare questo, vedrai che le persone che hai fotografato si ameranno perché ameranno il modo in cui le hai viste. Ameranno il tuo modo di vivere le cose, la tua anima. Magari non si riconosceranno in quel volto, ma scorgeranno una familiarità, un legame, un’affezione romantica, si chiederanno se sono davvero così belli come tu li vedi e ameranno l’idea che forse sì, lo sono.

L’energia che hai dentro come persona definirà il tuo mondo di fotografo. Perché ciò che fotograferai sarà il riflesso di ciò che custodisci dentro. Andrai alla ricerca di colori e odori che riescano a sfiorarti il cuore e li noterai, non perché erano lì, ma perché erano in grado di parlarti. Di parlare a te, che hai i tuoi particolari ricordi, sogni, speranze e aspirazioni. E magari non parleranno ad un tuo amico vicino, anche lui con la macchina fotografica in mano, attratto da forme e luci completamente diverse, perché diversa è la sua storia.

Quando ho capito questo mi è stato chiaro anche che non esistono fotografie più belle di altre. Esistono le “tue” fotografie, così come esisti “tu e la tua storia”; Quando ti inoltri nello spietato mondo del business, concetti e problemi come marketing, vendita, post-vendita, bilanci, quadri, pianificazioni e quant’altro, inondano il tuo cervello… rasando al suolo il verde rigoglioso della tua creatività. E per un meccanismo perverso al quale è difficile scampare, cominci a credere di valere meno di quelli che fanno più soldi di te. Solo dopo errori, delusioni, cadute e ferite ti rendi conto che cercare di allinearsi agli altri ti porterà esattamente al lato opposto.

Adesso quando mi fondo tra le folle e le persone per raccontarle, è come se d’un tratto indossassi un mantello invisibile, non sento più i loro occhi giganti addosso a me, praticamente viaggio su una dimensione a loro inaccessibile, condividiamo lo stesso spazio ma loro non mi avvertono. E non mi pongo il problema di fare una “bella foto” che possa piacere al pubblico, ma assecondo la mia sete, congelando quegli istanti in grado di parlarmi. Ad ogni scatto è come se benedissi qualcosa, dandogli il dono dell’immortalità in cambio dell’ebrezza di vita che sono stati in grado di regalarmi.  Ed il risultato alla fine è che quelle immagini adesso eterne sono in grado di parlare a molti, non solo a me. Banalmente, quando ho dimenticato di compiacere il mondo ho finito per fargli la cosa più gradita.

La fotografia è crescita. Giorno dopo giorno ho conquistato piccole porzioni di me stessa e di conseguenza del mondo che mi circonda. Detto tutto questo, non stupitevi se invece di presentarvi i ritratti di Helen Brown, vi dico: ecco i miei auto-ritratti.

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